La lingua latina
Inviato: mercoledì 1 aprile 2020, 17:07
Non intendo avviare una discussione “latino si, latino no nelle scuole”, che a volte genera forti reazioni come avviene per la politica… desidero semplicemente raccontare un inaspettato interesse riscoperto, e diventato appassionante.
Ricordo ancora come fosse ieri la mia visita al liceo scientifico della mia città, all’epoca dell’orientamento, venticinque anni fa. Vecchie vetrine piene di strumenti scientifici, tubi a vuoto, mille apparecchiature dall’aspetto misterioso, i laboratori; la mia nascente passione per la scienza avrebbe sicuramente trovato l’ambiente giusto. Decisi per quella scuola senza visitarne altre. Con l’inizio delle superiori mi accorsi però che la “scienza” la avrei incontrata solo al triennio, fisica, chimica, biologia. Per due anni tanto latino, italiano, epica. Per la fisica avrei dovuto attendere, con pazienza e delusione.
Mentre lo studiavo non ne ero consapevole, ma tutto sommato il latino mi piaceva. Riempivo quaderni di frasi, scritte con la fedele Pelikano e cartucce su cartucce di 4001 nero, nelle scatoline col vecchio logo. Certo, i libri di testo davano l’impressione di una materia che si dovesse studiare per obbligo e per dovere. Accanto alla grammatica c’era il “Libro degli autori”, che mi pareva solo una indigesta e insipida antologia sulla quale ogni tanto dovevamo tradurre qualche brano. Uno di quei libri-palestra scolastici da usare per farsi le ossa al biennio poi destinati a sparire per sempre inghiottiti da uno scatolone. Col triennio si aggiunsero finalmente le discipline scientifiche; con esse anche la letteratura latina. Ricordo la passione del professore, un colto e distinto gentleman (si sentiva, e a ragione, molto anglosassone, mi ricordava David Niven), ma nonostante questo ritenevo la materia pesante.
Finite le superiori ed iniziata l’università, (o forse già lavoravo?) scoprii con un po’ di sorpresa che sapevo ancora tradurre il latino, anzi, decisamente meglio di prima. Riuscivo a veder la frase, l’intero testo nel suo senso e nella sua completezza, anche magari ignorando il significato di qualche parola o ricordando a fatica un tempo verbale. Sicuramente l’avevo, diciamo così, digerito, e riuscivo a vedere il testo con maggiore ampiezza di sguardo e di pensiero.
Alcuni anni dopo, appassionandomi a studi di carattere storico – geografico mi è tornato utile lo studio del latino, potendo attingere direttamente agli originali latini e al testo di iscrizioni ed epigrafi, oltre agli atti di nascita di antenati scritti in latino. E sicuramente sono cambiato io, cercando, senza rinnegare i valori della vera scienza galileiana, il valore della memoria, le radici, le tracce di chi ci ha preceduto e ha plasmato il nostro territorio e la nostra storia. Rovistando negli scatoloni dei libri delle superiori ho ritrovato i miei vecchi, consumati testi di latino, tra i quali anche l’insipido Libro degli autori, che riaperto con interesse e curiosità anziché sotto obbligo o in vista del voto mi ha offerto una interessante rassegna della lingua latina dai primordi fino agli albori della modernità.
Marziale, Fedro, Seneca, le voci vere degli antichi da poter nuovamente ascoltare, direi quasi assaporare, non senza un po’ di fatica e un velo di ruggine da rimuovere. Da poter acquistare in nude e crude edizioni ultra economiche, senza apparato critico – che peraltro ora apprezzerei.
Qualcuno dice che il latino sia “matematica applicata”, altri ne suggeriscono lo studio perché intrigante e stimolante come un rebus o un sudoku. Non sono d’accordo, se fosse per quello meglio davvero stimolare la mente con i sudoku o con la Settimana Enigmistica. Quel che mi affascina è forse proprio il fatto che sia una lingua morta, completa e conclusa nella sua finitudine temporale. Oppure il fatto che rende più manifesta l’eleganza e la composizione con parole diverse da quelle di uso quotidiano della lingua italiana.
E mi affascina anche l’idea di aver potuto in un certo senso strappare dalla morte la voce degli antichi; vedere i nomi degli studiosi che li hanno restituiti accanto ai testi originali rende l’idea di un prezioso e faticoso lavoro di recupero e di restauro. Un po’ come spezzoni di pellicola di un vecchio film, perduto nella totalità ma del quale abbiamo recuperato alcune scene. E con la maturità di adulto si può constatare come i problemi dell’uomo di oggi siano i problemi di sempre: avidità, corruzione, vizi, passioni; presenza, assenza o ricerca di un senso dell’esistenza.
In rete ho visto accenni all’intenzione di ritornare ad un latino vivo, anche se non ho mai trovato forma pratiche in cui questo si possa concretizzare; moltissimi anni fa vidi su una rivista per famiglie un annuncio di una signora che cercava qualcuno con cui fare corrispondenza in latino (!). Allora mi sembrò assurdo, ora molto meno (magari con una stilografica vintage?).
Qualche volta penso che mi piacerebbe tornare a scuola per imparare, senza esami né voti ma con la maturità per gustare e apprendere. In un libro di meccanica americano - purtroppo non ho copiato la citazione - trovai una frase estratta dalla rivista di un'associazione di ingegneri americani di fine ottocento. Si auspicava l'inizio di un'era delle macchine, che avrebbero liberato la vita dell'uomo dal lavoro faticoso cosicché si sarebbe potuto dedicare il tempo guadagnato allo studio e alla crescita personale. Purtroppo le macchine decuplicano la produzione e la progettazione ma non ci sollevano dalle nostre otto ore di lavoro...
Scusatemi per questo intervento, lungo e spero non inutile. L’intenzione era quella di esprimere un vivo interesse, e gratitudine alla scuola che ho frequentato. Una scuola seria e veramente formativa a livello umano, e non solo orientata su conoscenze pratiche immediatamente spendibili.
Buona serata a tutti
Simone
Ricordo ancora come fosse ieri la mia visita al liceo scientifico della mia città, all’epoca dell’orientamento, venticinque anni fa. Vecchie vetrine piene di strumenti scientifici, tubi a vuoto, mille apparecchiature dall’aspetto misterioso, i laboratori; la mia nascente passione per la scienza avrebbe sicuramente trovato l’ambiente giusto. Decisi per quella scuola senza visitarne altre. Con l’inizio delle superiori mi accorsi però che la “scienza” la avrei incontrata solo al triennio, fisica, chimica, biologia. Per due anni tanto latino, italiano, epica. Per la fisica avrei dovuto attendere, con pazienza e delusione.
Mentre lo studiavo non ne ero consapevole, ma tutto sommato il latino mi piaceva. Riempivo quaderni di frasi, scritte con la fedele Pelikano e cartucce su cartucce di 4001 nero, nelle scatoline col vecchio logo. Certo, i libri di testo davano l’impressione di una materia che si dovesse studiare per obbligo e per dovere. Accanto alla grammatica c’era il “Libro degli autori”, che mi pareva solo una indigesta e insipida antologia sulla quale ogni tanto dovevamo tradurre qualche brano. Uno di quei libri-palestra scolastici da usare per farsi le ossa al biennio poi destinati a sparire per sempre inghiottiti da uno scatolone. Col triennio si aggiunsero finalmente le discipline scientifiche; con esse anche la letteratura latina. Ricordo la passione del professore, un colto e distinto gentleman (si sentiva, e a ragione, molto anglosassone, mi ricordava David Niven), ma nonostante questo ritenevo la materia pesante.
Finite le superiori ed iniziata l’università, (o forse già lavoravo?) scoprii con un po’ di sorpresa che sapevo ancora tradurre il latino, anzi, decisamente meglio di prima. Riuscivo a veder la frase, l’intero testo nel suo senso e nella sua completezza, anche magari ignorando il significato di qualche parola o ricordando a fatica un tempo verbale. Sicuramente l’avevo, diciamo così, digerito, e riuscivo a vedere il testo con maggiore ampiezza di sguardo e di pensiero.
Alcuni anni dopo, appassionandomi a studi di carattere storico – geografico mi è tornato utile lo studio del latino, potendo attingere direttamente agli originali latini e al testo di iscrizioni ed epigrafi, oltre agli atti di nascita di antenati scritti in latino. E sicuramente sono cambiato io, cercando, senza rinnegare i valori della vera scienza galileiana, il valore della memoria, le radici, le tracce di chi ci ha preceduto e ha plasmato il nostro territorio e la nostra storia. Rovistando negli scatoloni dei libri delle superiori ho ritrovato i miei vecchi, consumati testi di latino, tra i quali anche l’insipido Libro degli autori, che riaperto con interesse e curiosità anziché sotto obbligo o in vista del voto mi ha offerto una interessante rassegna della lingua latina dai primordi fino agli albori della modernità.
Marziale, Fedro, Seneca, le voci vere degli antichi da poter nuovamente ascoltare, direi quasi assaporare, non senza un po’ di fatica e un velo di ruggine da rimuovere. Da poter acquistare in nude e crude edizioni ultra economiche, senza apparato critico – che peraltro ora apprezzerei.
Qualcuno dice che il latino sia “matematica applicata”, altri ne suggeriscono lo studio perché intrigante e stimolante come un rebus o un sudoku. Non sono d’accordo, se fosse per quello meglio davvero stimolare la mente con i sudoku o con la Settimana Enigmistica. Quel che mi affascina è forse proprio il fatto che sia una lingua morta, completa e conclusa nella sua finitudine temporale. Oppure il fatto che rende più manifesta l’eleganza e la composizione con parole diverse da quelle di uso quotidiano della lingua italiana.
E mi affascina anche l’idea di aver potuto in un certo senso strappare dalla morte la voce degli antichi; vedere i nomi degli studiosi che li hanno restituiti accanto ai testi originali rende l’idea di un prezioso e faticoso lavoro di recupero e di restauro. Un po’ come spezzoni di pellicola di un vecchio film, perduto nella totalità ma del quale abbiamo recuperato alcune scene. E con la maturità di adulto si può constatare come i problemi dell’uomo di oggi siano i problemi di sempre: avidità, corruzione, vizi, passioni; presenza, assenza o ricerca di un senso dell’esistenza.
In rete ho visto accenni all’intenzione di ritornare ad un latino vivo, anche se non ho mai trovato forma pratiche in cui questo si possa concretizzare; moltissimi anni fa vidi su una rivista per famiglie un annuncio di una signora che cercava qualcuno con cui fare corrispondenza in latino (!). Allora mi sembrò assurdo, ora molto meno (magari con una stilografica vintage?).
Qualche volta penso che mi piacerebbe tornare a scuola per imparare, senza esami né voti ma con la maturità per gustare e apprendere. In un libro di meccanica americano - purtroppo non ho copiato la citazione - trovai una frase estratta dalla rivista di un'associazione di ingegneri americani di fine ottocento. Si auspicava l'inizio di un'era delle macchine, che avrebbero liberato la vita dell'uomo dal lavoro faticoso cosicché si sarebbe potuto dedicare il tempo guadagnato allo studio e alla crescita personale. Purtroppo le macchine decuplicano la produzione e la progettazione ma non ci sollevano dalle nostre otto ore di lavoro...
Scusatemi per questo intervento, lungo e spero non inutile. L’intenzione era quella di esprimere un vivo interesse, e gratitudine alla scuola che ho frequentato. Una scuola seria e veramente formativa a livello umano, e non solo orientata su conoscenze pratiche immediatamente spendibili.
Buona serata a tutti
Simone